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Il Codice da Vinci: quale vantaggio ?

18 giugno, 2006 (12:26) - Varie - Stampa Stampa

C’è un tempo per parlare ed un tempo per tacere.
Quale tempo è da assegnare al libro/film di Dan Brown “Il Codice da Vinci” ?
Fino ad ieri avevo scelto il tempo del silenzio invero, a seguito di un incontro con il biblista don Benzi (professore di Teologia all’Università di Bologna), mi decido per commentare.C’è un tempo per parlare ed un tempo per tacere.
Quale tempo è da assegnare al libro/film di Dan Brown “Il Codice da Vinci” ?
Fino ad ieri avevo scelto il tempo del silenzio invero, a seguito di un incontro con il biblista don Benzi (professore di Teologia all’Università di Bologna), mi decido per commentare.
Sia il libro che il film non hanno creato mezzi termini: odio ed amore sono i sentimenti prodotti.
L’appartenenza ad uno dei due schieramenti prevale sulla solidarietà di genere e, pur di non dar credito allo schieramento avverso, si arriva addirittura a negare l’effettiva natura degli eventi.
Il tutto è - dimostrabilmente - storicamente inesatto ed, ad essere sereni, non è una sfida al dogma cristiano ed all’ortodossia della Chiesa.
Allora, c’è da chiedersi, come mai “Il Codice da Vinci” è così popolare.
Molti sono gli scontenti del modo con cui è stato insegnato loro a pensare e credere e necessitano di uno “slancio” per rompere gli schemi prestabiliti ed approfondire i misteri della vita; si è alla continua ricerca di un nuovo stile di vita, duttile, mediatorio, accogliente… come se – ad esempio – una effettiva visione di vita il cui stile è quello cristiano, non fosse di per sé assorbente dei migliori valori a cui tendere.
La discussione con don Benzi ed Altri partecipanti all’incontro si è incentrata, in special modo, sul problema dell’arianesimo, problematica richiamata dall’atteggiamento storico assegnato da Dan Brown all’imperatore Costantino.
Dalla discussione sono emerse le radici pagane della teoria di Ario, che affondano nel periodo orfico, dove Orfeo era il cantore dei potenti assurti a semidei, quindi demiurghi a cui non era dato alla plebe di potersi opporre e, per converso, doveva obbedire ciecamente, stante la loro particolare veste semidivina.
Ed ancora, è emerso che il punto dolente che può emergere dal libro è proprio una insinuante e silente accettazione di una figura di un Cristo semidio, un novello demiurgo: tentazione che storicamente si è ripetuta negli anni, in modo relativamente positivo allorquando Max Weber teorizzò un “elitismo democratico” affidando ai Calvinisti una capacità organizzativa del mondo non rintracciabile negli altri. Ed infine un modo totalmente negativo di interpretare l’arianesimo, inteso come dote geneticamente innata, lo si è subito a seguito del nazismo.
Quale VANTAGGIO allora può trarsi da una lettura/visione de “Il Codice da Vinci”?
L’ampia diffusione, il fiume di pensieri e teorie alternative (anche se eretiche) hanno rappresentato e rappresentano qualcosa di positivo, perché è cosa buona discutere, sempre e comunque; per i Cattolici sta significando un RISVEGLIO DI CONSAPEVOLEZZA che stimola ad ulteriori letture ed a “scavare” nella profondità di ognuno di noi.

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