Cattolici per l’Italia

Riprendiamoci l’Italia

Salta a: Contenuto | Barra laterale | Piè di pagina

QUALE CULTURA PREVARRA’

4 novembre, 2006 (12:54) - Varie - Stampa Stampa

La storia, con amaro calice, ha fatto bere la sapienza di sapere che si tollera quello che non si ama e solo quando non lo si considera pericoloso per i propri pregiudizi…
Quale cultura prevarrà ? Certamente è prevedibile quale scomparirà: quella definita …
Se è pur vero che il paradiso non è un luogo geografico ed è …
che abbia finalmente termine la prevalenza “culturale” della tivù: moderno e dittatoriale focolare domestico…
Un concetto emergente è offerto dall’espressione “brand it’s fun”. Un’azienda che si presenti con un nome, marchi ed espressioni complesse, come una persona che si dimostri agli altri cupo ed ombroso, hanno certamente poche probabilità di vincere la sfida futura del vivere in modo gioioso, ovvero nel “migliore dei modi possibili”.
E’ pur vero che vi sono ancora vaste aree di povertà, ma i bisogni essenziali iniziano ad essere soddisfatti e, sempre più, la meta è la migliore qualità della vita.
La cultura “occidentale” intesa quale quella avente preminente carattere scientifico, orientata all’empirismo e baconiana fino in fondo (non a caso il motto di Sir Bacon fu “Fiat experimentum”) ha la prerogativa di essere, perché naturalmente disposta all’innovazione sperimentale, aperta alle altre imperanti culture che possiamo indicare in quella orientale ed in quella sud-americana, che si contrappongono come stile di vita e ad una visione mistico-ascetica il contrappeso è il tendere sempre ad un orizzonte gioioso e giocoso.
E’ già storia “sperimentata” di come l’apertura del mondo occidentale tecnico-giuridico dei Romani si sia aperto alle “indifferenze” della cultura orientale e l’assorbimento fu fatale.
A far tempo dagli anni sessanta, con l’incrementarsi dei viaggi e degli scambi culturali, gli occidentali si sono sempre più aperti ad una visione orientaleggiante della vita e la new-age ha dilagato, pur se poi una next-age ha, a sua volta, contaminato la visione orientale buonista (prevalentemente buddista) della vita portando una dose di sano egoismo. A tale modus vivendi, pur se fondato sul buonismo ma avente essenzialmente i pilastri in una indifferenza agli altri, si contrappone la tolleranza, quella reciproca avente come piattaforma costitutiva il patto di una democrazia delle libertà: patto di una società aperta e libera a chi opta per entrare, come a chi opta per uscire.
E’ la tolleranza, in primis del Brasile, dei Paesi tutti del Sud-America che, avendo chiaro i disagi e le sofferenze delle origini: popoli conquistati ed oppressi, schiavi deportati e soggiogati, hanno appreso appieno che il vero danno è essere disposti ad esigere ampia libertà per sé, senza concederla ad altri.
La storia, con amaro calice, ha fatto bere la sapienza di sapere che si tollera quello che non si ama e solo quando non lo si considera pericoloso per i propri pregiudizi; come pure che non si può pretendere di andare oltre la tolleranza se non si è per prima cominciato a praticarla. E, poco per volta, hanno dimostrato e dimostrano che le libertà che si cedono all’Autorità politica nel patto tra Stato e Cittadini deve avere sottostante la rivendicazione della priorità della democrazia sulla libertà e quindi una tolleranza, concepita come componente costitutiva di un patto rispettoso delle scelte dei singoli Cittadini, intesi quest’ultimi come componente che non li rende sudditi del parto bensì quali aderenti allo stesso. Un patto senza tolleranza è nullo e vuoto se si tende a schiacciare la libertà degli altri perché poi si finisce col compromettere la propria ed occorre quindi offrire a chiunque la possibilità di integrarsi, invero senza lasciare ad alcuno la libertà di sottrarsi.
È sotto gli occhi di tutti il dilagare delle suola di Yoga a cui si contrappongono le tante scuole di danza latino-americano; alla ascetica misticità delle prime risponde la gioiosità partecipativa degli aspiranti ballerini delle seconde.
Quale cultura prevarrà ? Certamente è prevedibile quale scomparirà: quella definita occidentale i cui “adepti” si riverseranno nell’uno e l’altro campo, assorbendo sempre più la nuova cultura ed al tempo stesso disperdendo in modo pandemico le proprie certezze e contaminando a propria volta la cultura assorbita.
Se è pur vero che il paradiso non è un luogo geografico ed è uno stato d’animo, l’auspicio personale è che prevalga una visione gioiosa della vita perchè riduce l’incertezza che avvertiamo nel mondo e che abbia finalmente termine la prevalenza “culturale” della tivù: moderno e dittatoriale focolare domestico, format un tempo di successo ed oggi sfiancato dalla ripetitività e sfiancante.

Scrivi un commento