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Etica della responsabilità politica: quale politico e quale etica politica.

24 marzo, 2007 (13:15) - Varie - Stampa Stampa

Il politico etico dice quello che fa e fa quello che dice.
La coerenza è fondante dell’etica della responsabilità politica; quale compito essa può adempiere, a prescindere del tutto dai suoi fini?
e qual è, per così dire, il luogo etico ove essa dimora ? …
Il politico etico dice quello che fa e fa quello che dice.
La coerenza è fondante dell’etica della responsabilità politica.
Si deve distinguere tra etica della convinzione ed etica della responsabilità; vale a dire il problema, cioè, dell’ethos della politica in quanto causa, ovvero e meglio:”quale compito essa può adempiere, a prescindere del tutto dai suoi fini?
e qual è, per così dire, il luogo etico ove essa dimora ?
QUALE ETICA?
Il politico non deve dimenticare di essere al servizio della causa che ha scelto, e questo servizio assume i tratti di una vera e propria fede verso i valori fondanti del suo agire politico-sociale. Sempre deve avere una guida di valori. Quale debba essere la causa (ovvero il valore) per i cui fini l’uomo politico aspira al potere e si serve del potere, è quindi una questione di fede verso ciò in cui si crede“.
Si può fare politica per la religione, per la democrazia, per l’egemonia di un popolo, ma proprio perché la scelta tra questi valori è “una questione di fede”, il politico, coerente al principio della avalutatività, si astiene da ogni giudizio di valore sul fine.
Uno degli aspetti problematici della politica è la mancanza di un rapporto visibile tra il “senso originario” che si dà all’azione politica e le conseguenze dell’azione stessa, tra ciò che si vuole e ciò che si ottiene. L’etica della politica riguarda appunto la commisurazione tra fine e mezzi.
Un esempio negativo di giudizio di valore applicato ad un evento politico, che - dal punto di vista scientifico - deve essere affrontato in altro modo (avalutativo) lo possiamo riferire alla 1a guerra mondiale, nella quale i vincitori sostennero di aver vinto perché “avevano ragione” e quindi dichiararono i tedeschi colpevoli dello scatenamento della guerra. Il giudizio si estese indirettamente anche alla pace di Versailles, non tanto per aver imposto pesanti sanzioni alla Germania, quanto per aver parlato di “colpa” della Germania stessa. Quando è in gioco la politica, non devono essere introdotti criteri morali di giudizio come quello di “colpa”, più adeguatamente oggi definibile “addebito”.
Qual è ora il rapporto reale tra l’etica e la politica ? Si tratta di un passaggio molto importante: quale etica ? cosa vuol dire etica quando si ha a che fare con la potenza ed anche la violenza ?
La logica dell’affermazione politica e le regole dell’etica si escludono a vicenda, come già sosteneva Machiavelli quando affermava che il principe è al di sopra della morale (sic) Può parlarsi di un’etica unica per tutte le situazioni ? l’etica copre ogni ambito della vita, invero è declinata in maniera diversa nei rapporti d’affari, di famiglia, di amore, di amicizia o finanche di odio.
ETICA DELLA CONVINZIONE
Ogni agire orientato in senso etico può oscillare tra due massime radicalmente diverse e inconciliabilmente opposte: può essere cioè orientato secondo l’etica della convinzione oppure secondo l’etica della responsabilità. Esiste un’etica assoluta, rintracciabile ad esempio nel discorso della montagna, nel quale Gesù, esponendo i consigli evangelici, invita a seguire un comportamento morale radicale. Nel Vangelo ci sono altri esempi di etica assoluta che non ammette compromessi: la parabola del giovane ricco (“da’ via tutto ciò che possiedi”), od il comando “porgi l’altra guancia”.
Chi voglia essere coerente con il Vangelo rispetterà il dovere della verità, anche a discapito dei propri particolari interessi tendendo a quel “bene comune” che è anche la tutela dell’interesse dell’altro.
ETICA DELLA RESPONSABILITA’
L’etica assoluta non si preoccupa delle conseguenze, e come tale il politico non può farla propria.
Chi invece segue l’etica della responsabilità assume come massima: “queste conseguenze saranno imputate al mio operato”, non scaricate sulle spalle di altri.
E’ imperativo l’assunzione delle responsabilità.
Quando si parla di etica della responsabilità si sottintende che essa sia preceduta da un momento di convincimento, ovvero che sia stato scelto un fine da perseguire e rispetto al quale misurare i mezzi; in caso contrario si tratterebbe di puro opportunismo.
L’etica della responsabilità implica un’etica della convinzione, non viceversa.
La vera etica della responsabilità è quella in cui le convinzioni sono commisurate ai mezzi. L’etica della convinzione invece è unilaterale.
Anche in questo caso siamo di fronte ad una concezione tipico-ideale, perché tipologicamente si tratta di due etiche inconciliabili, ma ciò non implica che chi segue l’etica della responsabilità sia privo di convinzione.
UN ESEMPIO DI CONTRASTO TRA MEZZI E FINI
Nessuna etica può prescindere dal fatto che i buoni fini possono, il più delle volte, essere raggiunti con mezzi sospetti o per lo meno pericolosi, o che ci possono essere conseguenze cattive non previste.
Non esiste una congruenza tra fine e mezzi e l’etica della responsabilità ne è consapevole, mentre quella della convinzione si interessa solo al fine, indipendentemente dalla bontà dei mezzi; l’etica della responsabilità parte dalla problematicità del rapporto tra un fine comunque buono (almeno sulla validità del piano dei valori) e i mezzi, comunque sospetti.
Un altro esempio di etica della convinzione è dato dall’atteggiamento di sostenere l’opportunità di proseguire la guerra, nonostante l’orrore che assume, pur di arrivare ad un pseudo risultato finale, ponendo tale obiettivo al di sopra del costo umano che è pagato per raggiungerlo.
Nel caso IRAK le parti in causa fanno leva sulla violenza: applicano un’etica della convinzione appellandosi alla nobiltà dei propri fini e nessuno si prende carico dei costi di tali scelte;
eppure… eppure… la soluzione è naturale, così come quella adottata nei balcani dove oggi, nella stessa area prima oggetto di guerra, convivono le medesime etnie, ognuna organizzatasi in un autonomo Stato.
Ed allora, se nell’Irak insistono i Curdi al Nord, i Sunniti al centro ed i Sciiti al Sud, perchè non concedere autonomi spazi, previo accordo della spartizione delle ricchezze del territorio ora unico, ipotizzando il versamento di quote da una parte all’altra, anche dilazionate nel tempo o finanche perduranti royalties che tutelino il maggiore o minor valore delle risorse del suolo.
E’ naturale chiedersi cosa ci sia alla base di tanta confusione mentale che non consente di vedere soluzioni attuabili.
La risposta non può che essere: l’IRRAZIONALISMO ETICO DEL MONDO
L’etica della responsabilità si chiede ogni giorno se il mezzo sia proporzionato al fine, pur sapendo che non esiste nessuna certezza di congruità tra mezzi e fini, ovvero nessuna “razionalità etica del mondo”.
Invece “chi segue l’etica della convinzione non sopporta l’irrazionalismo etico del mondo”.
Chi segue un’etica della convinzione crede che il mondo sia politicamente dominabile da una logica oggettiva.
In una diversa ottica l’etica è soltanto il senso che noi diamo al mondo.
Invero La stessa “fede” comunista pretende di essere una sorta di correttivo all’irrazionalità del mondo: il marxismo si proclama una scienza della storia e ne individua la logica oggettiva, presentando la caduta del capitalismo e la vittoria definitiva del comunismo non come aspirazioni etiche e utopistiche, ma come certezze scientificamente dimostrate.
Le religioni sono il tentativo di reagire all’irrazionalismo etico del mondo perché cercano di dare una risposta al “torto impunito, al dolore immeritato ed alla stupidità insanabile”.
Invero e purtroppo le religioni non sono riuscite a risolvere il problema della violenza, mezzo specifico della politica, perché od, in pochi casi, hanno intrapreso la strada radicale del pacifismo, od hanno dovuto accettare compromessi con la violenza: la speranza è che applicati valori cristiani conducano a debellare quella violenza insita nella politica.
Il “politeismo politico” erompe in conflitti insanabili ed in pseudo-etiche che non offrono risposte.
Necessita governare le differenze, senza negarle anzi valorizzandone la ricchezza della pluralità, accettando il rischio ed anche l’opportunità di un progetto che sorregga uno sviluppo comune, equilibrato e solido, ispirato ad un metodo d’azione e di decisione proprio di una sana politica, pur in tutte le durezze e difficoltà ed invero capace di un rinnovamento sociale e culturale da esplicarsi per il tramite del recupero del carattere plurale ed aperto delle radici della nostra storia, che deve condurci ad una visione di un futuro comune che dipenderà dalla nostra capacità di proiettare i valori e gli interessi che ci accomunano; occorre quindi esternare, senza timori (NON ABBIATE PAURA ha detto Papa Giovanni Paolo II), una teoria dei valori dotata di una sua logica interna; quel “modello partenone” già illustrato in altri scritti (ai quali si rimanda) e che trova sempre più ampi consensi; quel modello partenone che può rappresentare la realizzazione del bene comune anche cristianamente inteso. Una teoria, supportata metaforicamente dal modello partenone, che ha di base la “teoria neuronale”, cosi da me definita perché ogni colonna (neurone) ha in sé una parte del tutto.
E’ chiesto quindi un contributo convinto e determinato per portare a compimento l’avanzamento istituzionale, perché una società che sa porsi dei limiti si evolve, diversamente decade.

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