POSSIAMO ESSERE ANCORA TOLLERANTI ? NO! perchè…
Non è la tolleranza che garantisce una buona integrazione di chi immigra nella nostra società.
Cosa occorre?
La puntuale applicazione delle leggi che determina un rapporto di maggiore fiducia tra la comunità autoctona e quella che vi si insedia…
… Una politica comunale interdittiva contro l’illegalità, riducendo le trasgressioni, riduce l’insicurezza e questo favorisce e fa evolvere l’integrazione…I nostri pensieri e le nostre azioni possono avere un senso solo se tendono a colmare l’enorme distanza che ci separa dall’agire cristiano.
Se il nostro agire non è guidato dai valori cristiani non è e non deve essere il nostro modo di agire.
Proprio ieri papa Benedetto XVI ha richiamato al giusto profitto.
Già duecento anni a.C. Tito Maccio Plauto, con la commedia l’Aulularia (la pentola del tesoro) esprimeva il concetto del denaro come ragione di vita, come pensiero dominante in cui si occultano insicurezza di sé e timore assillante per il futuro.
Nell’idolatria della ricchezza l’uomo perde la libertà facendosi schiavo delle cose che adora, riconoscendo in quelle il fine della propria volontà.
L’incontro con i valori cristiani può avvenire iniziando con l’umile ricerca di capirne la volontà su di noi.
Amos, un pastore ed uno dei profeti minori, ammonisce i ricchi per aver fatto del denaro la loro divinità nel mentre il volere divino è che vivano con onestà e rispetto dei poveri.
Amos condanna la vita corrotta delle città, le ingiustizie sociali e la falsa sicurezza che si pone in riti in cui l’anima non si impegna.
Profeta (dal greco profetès) è un termine che indica “colui che parla davanti”, sia nel senso di un parlare pubblico che nel senso di parlare anticipatamente di qualcosa che deve ancora accadere.
Il profeta, a differenza del mistico, intende operare attivamente nella storia ed in questo senso esercita od intende esercitare, come ben vide Max Weber, una funzione politica, a partire da sollecitazioni etiche; ovviamente non condividiamo appieno l’elitismo democratico weberiano che assegnò ai Calvinisti il primato di migliori perché abili nella gestione degli affari ed eticamente corretti, quindi deputati alle gestione della società.
I valori cristiani ci guidano alla misericordia ed amorevolezza verso i poveri, gli umili, gli esclusi.
Occorre essere banditori dei valori che ci accomunano.
Le ricchezze non sono equamente divise se, dopo aver messo da parte ciò che ci serve non se ne offre agli indigenti.
L’eguaglianza è che la nostra abbondanza colmi la loro indigenza e l’abbondanza di altri supplisca alla nostra necessità.
Non ci è ordinato di dare il necessario, ma il di più: il superfluo e tolto il superfluo finisce il problema dell’iniquità della ricchezza.
Ed allora necessita una politica come servizio al bene comune.
Se non siamo uomini di pace non abbiamo futuro ed invero dobbiamo essere testimoni resistenti che devono contrapporsi all’ideologia crescente del relativismo ed alle strutture di questa.
Non è possibile separare l’identità cristiana dal dialogo con tutti ed invero identità e dialogo deve essere “luogo di incontro” la cui peculiarità è di essere vincente, se è collante per il raggiungimento di una pluralità nell’unità di una convivenza di rispetto.
Questo orizzonte, per noi democratici cristiani, deve essere un’ambizione non orgogliosa.
L’emerito Card. Biffi, fin dagli anni ’90, ha insistito per un’esigenza di non tollerare trasgressioni diffuse, che appaiono minori ed in altri contesti ed epoche tollerate.
Non è la tolleranza che garantisce una buona integrazione di chi immigra nella nostra società.
Cosa occorre?
La puntuale applicazione delle leggi che determina un rapporto di maggiore fiducia tra la comunità autoctona e quella che vi si insedia.
La tolleranza presuppone una società omogenea ed i membri, conoscendosi, si comprendono e giustificano piccole trasgressioni o comportamenti devianti, assorbenti comunque in una omogeneità di atteggiamenti condivisi.
Quando la comunità si espande per l’ingresso di immigrati portatori di consuetudini diverse e non conosciute, né sono prevedibili le conseguenze, aumenta il timore verso il diverso ed alla comunità che li accoglie deve essere data la certezza che le leggi siano rispettate: solo ciò genera un effetto fiducia che riduce le paure e consente una integrazione.
Ecco perché la tolleranza non è più un fattore di integrazione, per converso genera segregazione tra comunità che si avversano.
Dispiace ciò e devono attuarsi tutte le azioni di comunicazione atte a rendere noto che non è l’immigrato in sé ed in quanto tale la causa dell’accresciuta criminalità; invero non può ignorarsi che la percezione della gente è di una insicurezza il cui dante causa appare l’impotenza ad una convivenza obbligata con chi è percepito come diverso che trasgredisce senza che le Forze dell’Ordine e la Giustizia possano arginare ciò.
I mezzi di diffusione della comunicazione, purtroppo, amplificano questo rapporto fiducia/insicurezza verso gli immigrati.
Se un crimine è commesso da uno di questi subito si cita la nazionalità, nel mentre se è un italiano si parla d’altro, ovvero del crimine in sé.
Occorre ribellarsi a tale modalità di comunicazione convincendo gli opinionisti ad un messaggio sereno, non fazioso ed invero, in serenità e giustezza vi dico che ad una insicurezza crescente è necessaria una risposta/azione concreta.
La non tolleranza alle trasgressioni è un passo necessario e non servono leggi nuove essendo sufficiente l’applicazione delle esistenti; ad esempio ad un lavavetri insistente può applicarsi sia l’accattonaggio molesto che l’esercizio abusivo di attività; come ai venditori ambulanti la vendita di falsi.
Manca la determinazione ed anche una preparazione professionale: la prima deve superare quel carattere geneticamente tollerante, proprio di una cultura cattolica, alla seconda devono provvedere le Autorità preposte, anch’esse liberate da una sedimentata remora morale.
La via migliore è cominciare ad applicare e bene le norme che possono subire integrazioni se la puntuale applicazione genera problematiche e ciò senza necessità di campagne altisonanti che, in serenità e giustezza vi dico non rassicurano bensì generano nuove insicurezze allorquando dopo le declamazioni non si riscontrano cambiamenti: lavavetri e venditori non autorizzati sono ancora nelle strade.
E peggio, dopo l’istituzione del poliziotto di quartiere, quindi adottate le misure previste, ebbene i problemi sono rimasti; questo determina una maggiore insicurezza perché è percepito che non vuole farsi nulla, ovvero e peggio, che non possa farsi nulla.
Al potere legislativo invio un invito a legiferare leggi scritte in modo chiaro e semplice: condizione indispensabile per farle rispettare.
Se abbiamo una legislazione invadente e complessa, questa favorisce l’illegalità di chi è in situazioni e posizioni marginali: come lo sono spesso gli immigrati.
La semplificazione è un passo fondamentale verso una legalità compiuta che ha come conseguenza principe una maggiore sicurezza.
Un legiferare complesso offre il solo risultato che vi sarà sempre qualche punto non specificato: pronto spazio per avvocati cavillosi e giudici sofisti.
La Procura di Firenze, in punta di diritto correttamente, non ha inteso procedere penalmente verso i lavavetri; ciò comporta che il cittadino è posto nel disagio di non comprendere il conflitto creatosi tra Amministrazioni che non collaborano per offrire soluzioni ai problemi.
Le punte di diritto contribuiscono ad aumentare l’insicurezza perchè chi rispetta le norme si sente tradito/truffato e trova giusto rivalersi a sua volta esercitando stratagemma giuridici.
Ed infine, come esempio concreto, insiste la problematica dei Rom; ebbene è principalmente in Italia che i campi Rom sono considerati un pericolo per la sicurezza.
Negli altri Paesi europei non è così: le comunità sono più integrate e c’è meno criminalità generata o percepita come tale a causa dei Rom.
Come è stato risolto il problema ?
semplicemente applicando in modo puntuale la direttiva 38/2004 dell’Unione Europea che, all’art 7, prevede che ogni cittadino europeo può trasferirsi liberamente in un altro Stato della UE solo se dimostra di avere guadagni sufficienti a mantenere se stesso e l’eventuale famiglia al seguito, altrimenti è rimpatriato dopo tre mesi di soggiorno;
ciò vale anche per i Rom rumeni e bulgari, cittadini comunitari dal 1° gennaio di quest’anno.
Ovviamente oltre alla direttiva europea contano le leggi sulla sicurezza interna dei singoli Stati.
In Francia, ad esempio, chi non rispetta le regole dei campi è prontamente espulso.
In Germania i Rom sono considerati una minoranza nazionale e quindi equiparati ai tedeschi; se ne hanno diritto, accedono agli alloggi popolari ma, se commettono reati, sono espulsi in via definitiva.
Appare pertanto cogente una politica di prossimità che si assuma le responsabilità, senza essere sceriffi fino in fondo come lo è stato Giuliani a New York, né che si invochi sempre inefficienze delle istituzioni centrali a supporto del proprio impedimento d’agire.
Una politica comunale interdittiva contro l’illegalità, riducendo le trasgressioni, riduce l’insicurezza e questo favorisce e fa evolvere l’integrazione.
