Le Olimpiadi e l’intermittenza etica
L’Italia è paese centrista per “vocazione” politica: né liscia, né gassata.
Ed anche in occasione delle Olimpiadi ha mantenuto un atteggiamento da “minerale naturale”; ed invero ragioni…L’Italia è paese centrista per “vocazione” politica: né liscia, né gassata.
Ed anche in occasione delle Olimpiadi ha mantenuto un atteggiamento da “minerale naturale”; ed invero ragioni di realpolitik e di scambi commerciali sono alla base di tale comportamento che, in serenità e giustezza, è stato adottato dall’interezza dei Governi.
La realtà etica dovrebbe essere che non si possono imporre embargo e sanzioni, invadere paesi e processare i loro capi se si tratta di piccole tirannidi per poi ossequiare le grandi tirannidi, perchè quello che vige in Cina è autocrazia: una forma di governo in cui un singolo od un ristretto gruppo di individui detiene un potere illimitato, ovvero nelle mani degli stessi si concentra un potere eccessivo ed intollerante delle istanze di democrazia.
L’atteggiamento fin qui adottato contro la Cina è di una intermittenza etica che svela che gli affari sono le vere ragioni di stato della politica internazionale; ciò vale, in primis, per gli USA che tendono a mostrarsi come superpotenza morale, ovvero e peggio pretendere che siano ritenuti tali.
La spes è che le Olimpiadi si ritorcano contro la Cina diventando uno strumento di conoscenza dell’oppressione comunista che perdura in questo Paese e ciò, oltre che per gli Stati altri, in special modo per la Cina ed i Cinesi stessi.
Se ciò avverrà, il vero ed unico vincitore delle Olimpiadi sarà il Tibet e tutti gli altri Popoli che vivono sotto un dominio despota.
C’è da chiedersi le ragioni che hanno portato la Cina attuale ad essere così cinica nei confronti delle altre nazioni, oltre che speranzosa di vederle assimilate al proprio modello; in sintesi ad essere modello e dominus al tempo stesso e la magnificenza ed opulenza dello spettacolo mostrato ieri all’apertura dei giochi olimpici è la firma apposta sotto ad uno statuto che prevede la Cina quale unico estensore.
Non si contesta la capacità scenica e tecnica ma la esclusiva autoreferenzialità dello spettacolo: celebrazione della magnificenza della Cina e null’altro.
Occorre, per meglio comprendere lo stato d’animo dei potenti cinesi, ripercorrere la storia allorquando, nel 1895, la Cina perse la guerra contro i giapponesi precipitando in un disastro economico che suscitò proteste popolari contro la Corte imperiale.
Non servì concedere nel 1898, maldestramente, delle riforme che non poterono essere accettate dai braccianti agricoli i quali, con le sole lance e coltelli si mossero verso la Corte imperiale (percorso storicamente poi rifatto da Mao).
Ancor più maldestro fu il tentativo della Imperatrice che, per salvarsi, orientò astutamente la furia dei rivoltosi (detti boxsers) contro gli stranieri ed i cristiani.
Ne conseguì che nel maggio del 1899 l’esercito straccione dei boxsers, giungendo a Pechino, strinse d’assedio il quartiere diplomatico ed allorquando l’esercito imperiale si schierò con i rivoltosi gli Stati esteri presenti in Cina: Austria, Francia, Germania, Giappone, Inghilterra, Italia e Stati Uniti, formarono una coalizione che il 14 agosto marciò su Pechino esautorando la Corte e violando la città proibita.
E’ da quel momento che la Cina vive prostrata nel ricordo della sopraffazione totale ed ha sollevato la testa prima solo culturalmente con Mao, portando ai massimi livelli l’idealizzazione dei pseudo-valori comunisti, per poi iniziare, con Den Xiao Ping la rivoluzione economica che ha condotto la Cina a “tenere per le palle” le economie dei Paesi cosiddetti forti acquisendo i titoli del tesoro degli stessi; basti dire che oggi la Cina ha poco meno di 1800 miliardi di dollari in titoli di stato del tesoro degli USA.
Non a caso uno dei detti per cui è ricordato Den Xiao Ping è “non è importante di che colore sia il gatto, è importante che prenda il topo”.
E la Cina non ha badato ai colori delle Nazioni allorquando mirava al tesoro degli stessi per poi ricattarli commercialmente.
