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Da dove ripartire ?

20 novembre, 2008 (23:19) - Cultura, Varie - Stampa Stampa

ci sono articoli dettati dal cuore ed in quanto tali hanno il dono della chiarezza del messaggio, anche se lo stesso include considerazioni tecnico-giuridiche; è il caso appunto di…E’ definitiva la decisione della Corte d’Appello di Milano atta ad autorizzare la cessazione dell’alimentazione e dell’idratazione di Eluana Englaro, condannata così ad una morte orribile; il corpo che vive da tanti anni, che da adolescente è diventato adulto, soffrirà di fame e di sete; una barbarie che ha visto l’applicazione solo nei tempi passati e solo da tiranni despoti e crudeli.
La Corte di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura Generale di Milano per difetto di legittimazione ad agire conseguente all’asserita mancanza di interesse pubblico nella vicenda.
La Cassazione ha fatto una scelta di “impostazione culturale” riconoscendo all’individuo una sorta di “diritto assoluto”, una autodeterminazione insuscettibile di limitazioni da parte dell’Ordinamento giuridico.
Mi appare una concezione dettata da una precisa strategia che non esita a sovvertire i principii fondamentali del nostro Ordinamento che attribuisce, per converso, una natura indisponibile ai beni della salute e della vita.
A conferma della mia supposizione di involuzione culturale: rapida e pericolosa, è sufficiente rileggere quanto affermato appena un anno fa nella sentenza del tribunale di Roma sul noto caso Welby.
Tale sentenza, pur ancorchè criticabile nelle conclusioni, riconosceva che non possono esercitare il rifiuto delle terapie salva-vita “…per conto del malato, il rappresentante legale del minore o dell’infermo di mente, in quanto egli ha titolo solo per effettuare interventi a favore e non in pregiudizio della vita della vita del rappresentato…” ed ancora che il malato può compiere atti di disposizione “…solo se pienamente consapevole della sua condizione psico-fisica, delle prospettive evolutive della sua condizione e delle conseguenze che possono scaturire dalle sue scelte, perché altrimenti la sua volontà sarebbe viziata da elementi di conoscenza distorti o mancanti e quindi non libera…”.
Altresì la sentenza ribadiva la necessità “…dell’attualità del rifiuto, non essendo sufficiente che la persona abbia espresso precedentemente la sua volontà in tal senso…” conseguentemente il rifiuto “…deve persistere nel momento in cui il medico si accinge ad attuare la volontà del malato…”.
Nel caso di Eluana non insiste alcuno dei presupposti di cui alla “sentenza Welby”; la Englaro non si è autodeterminata a richiedere l’interruzione del trattamento di alimentazione ed idratazione e chi l’ha chiesto l’ha fatto non sulla base certa di formali dichiarazioni di Eluana, bensì di meri commenti da lei espressi diciassette anni fa ed in occasioni di incidenti occorsi ad altre persone.
E’ fin troppo evidente che eventuali commenti (tali sono) furono dettati dall’emozione del momento e non possono in alcun modo far presumere univocamente una volontà ed ancor di più di attualità.
Si è deciso sulla base di indizi talmente inconsistenti che se fossero stati utilizzati per sostenere decisioni di altra natura nessuno esiterebbe ad affermare che la volontà del soggetto è inesistente o viziata o non univocamente accertabile.
Cosa è realmente accaduto, a ben vedere finanche come osservatore terzo non velato dall’animo cristiano, è che la giustizia (sempre scritta con la G maiuscola ed invero non sento quindi di accreditare tale carattere) in luogo di tutelare le persone più fragili ed indifese, ne autorizza la soppressione.
E’ segno che viviamo in un’epoca di barbarie, che il relativismo è ormai entrato finanche nei luoghi deputati a combatterlo in ragione del bene comune.
Da dove ripartire ?
E’ premessa osservare, ad esempio, che la lunga storia della medicina ha visto lo sviluppo più fecondo in epoca cristiana allorquando poi è iniziata l’assistenza agli “inguaribili”, prima espulsi dalla “comunità degli uomini sani” che aveva un unico messaggio verso questi senza speranza “lasciati morire e fallo fuori dalle mura della città, oppure ammazzati”.
Chi si occupò degli incurabili sapeva che poneva a rischio la propria vita e per tale ragione chi iniziò a prendersi cura di loro lo fece per una ragione più potente della vita stessa: una passione per il destino dell’altro uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio.
E’ imperativo che il diritto torni a servire ed a difendere una concezione della vita che riaffermi il valore assoluto della persona, in qualunque condizione si trovi, anzichè giustificare la volontà autodistruttiva in cui, quasi inconsapevolmente, la società sta scivolando.
W la Vita.

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