Gomorra & Eduardo.
Non sono scritte vite, ma storie.
L’importante è coprire il vuoto ed il silenzio, ai quali non si è più abituati perché lo standard è parlare da soli od uno sopra l’altro, nell’illusione di lasciare traccia di sé e per ottenere ciò si rovescia sul pubblico le urgenti quanto effimere proprie sensazioni in un trionfo di ostentazione e maleducazione…
Nel vedere la realtà filmica del libro di Saviano “Gomorra” sono rimasto, fin dall’inizio, dispiaciuto di quanto era mostrato ed un insieme di sentimenti, solo apparentemente non simili, mi hanno procurato disturbo, fastidio, irritazione, urtando la mia morale che ho ritenuto offesa; ero sempre più amareggiato a mano a mano che le scene si susseguivano e con l’animo dolente che, come reazione emotiva, ha trasmesso al corpo una irrequietezza che, a sua volta, ha scatenato un turbinio nella mente volto alla ricerca del come potesse essersi così trasformata la cultura partenopea degna di attenzione nei tempi passati tanto da essere tappa d’obbligo per tutti i letterati e meglio di tutti Goethe, nel suo “Viaggio in Italia”, ne conferma il valore.
Ed ecco, spontaneamente, la mente ha inteso effettuare una comparazione tra il “guappo”, considerato uomo d’onore che difendeva i deboli dai soprusi, quasi un novello Robin Hodd, il cui massimo stato delinquenziale era nel contrabbando delle sigarette ed i camorristi d’oggi.
E la mente, spaziando negli ambiti culturali che l’affollano, affianca la comparazione tra la rappresentazione di “Gomorra”, concessa senza un filo di speranza, perché tale è il messaggio: senza speranza di cambiamento, senza una morale sottostante che non la cinica lotta per la sopraffazione, per la vittoria del sopruso ad opera di chi è più maliziosamente e spregiudicatamente più potente, con quella della commedia di uno tra i tre grandi della commedia italiana: Eduardo De Filippo, che è continuazione della commedia italiana iniziata con Goldoni, proseguita con Pirandello e, purtroppo – al momento – conclusasi con il grande Eduardo.
La comparazione Gomorra e commedia di Eduardo rende ancora più amaro la verifica del contesto raggiunto; ad una speranza sempre presente nelle commedie di Eduardo, che lasciava intravedere il cambiamento futuro al positivo, che faceva trasparire la bontà d’animo della cultura e tradizione partenopea, si contrappone una prospettiva cinica, senza alcuna visione di un mondo migliore che possa trasparire e nascere dal presente.
E la televisione ha contribuito alla realizzazione del modello camorristico, come di altri modelli negativi; tra i tanti torti ha anche quello di aver interrotto la tradizione della commedia, del teatro, degli autori ed attori teatrali ed invero la TV era nata rappresentando il teatro, per oltre la metà delle proprie trasmissioni, portandolo così alla conoscenza delle masse.
Cosa caratterizza il nostro tempo in TV: l’eccesso di produzione verbale; persone parlano incessantemente in modi inconsulti.
Una proliferazione di parole favorita dallo strumento tecnologico messo a disposizione.
Non si parla, si esterna.
Tutti si sentono in diritto, quasi in dovere, di esternare qualunque pensiero, prescindendo dalla importanza dello stesso e dal suo valore.
L’assimilazione di modelli televisivi, quali i talk-show e reality-show ha comportato addirittura l’ostentazione della nobilitazione del comportamento impulsivo ed arrogante di quanti commentano tutto e subito evitandosi la graduale e faticosa acquisizione di elementi quali la conoscenza e risparmiandosi, perché ritenuto fastidioso, il passaggio essenziale per la formazione del pensiero portato dal confronto e dal rispetto delle opinioni altrui.
E’ imperativo, nell’oramai affollato e caotico sistema comunicativo, farsi sentire imponendo la propria esternazione sulle altre e quindi quanto più la stessa è immediata ed aggressiva, maggiore è la possibilità di giungere al ricevente quale prevalente.
E’ accaduta l’interiorizzazione di tale modalità comunicativa, tipica dei media audiovisivi, a tal punto che porta le masse a credere che esiste solo ciò che è esternato.
L’interiorizzazione poi, negli emittenti tale modalità comunicativa, è giunta a far pensare a questi che esistono solo ed in quanto esternano finanche l’esibizione di aspetti intimi e personali della propria esistenza.
Il linguaggio delle esternazioni si conforma a quello mediatico a tal punto che le esperienze di vita raccontate sono interpretate e condensate in forma di notizia, indipendentemente se interessante od addirittura non autentica.
E’ importante tradurre in evento anche l’insignificante gesto od episodio, purchè si informi costantemente la massa che ascolta ed emozionalmente partecipa.
L’importante è coprire il vuoto ed il silenzio, ai quali non si è più abituati perché lo standard è parlare da soli od uno sopra l’altro, nell’illusione di lasciare traccia di sé e per ottenere ciò si rovescia sul pubblico le urgenti quanto effimere proprie sensazioni in un trionfo di ostentazione e maleducazione.
E’ scomparsa l’arte eduardiana dell’onesto ed efficace confronto con gli altri, dell’educata e corretta interazione con il prossimo, il parlare meditato, rispettoso e costruttivo, il tutto ovviamente autentico e base per il miglior contributo di un sano vivere civile.
Gomorra, a mio sommesso giudizio, trasmette un malevolo e subdolo messaggio per il tramite di una “benevola comprensione” supportata da una ideologia forte, una dottrina specifica di riferimento instillata fin dai primi anni ai ragazzi, che li conduce ad una uniformità di carattere prescrittivi.
Non sono scritte vite ma storie, dove un gesto e/o una battuta mettono in luce il carattere e la dichiarazione d’intenti, dove sottolineare la sgradevolezza assimilata del vizio, inteso quale atteggiamento accettato tipico del camorrista, dove è prevalente la tendenza ad autocelebrarsi e qui il parallelo è visualizzato immediato con quanto la civiltà massmediatica oggi diffonde.
Un atteggiamento, non ancora messo in luce da quanti si interessano del fenomeno camorristico, è la totale differenza dal “guappo” nell’assenza di ascolto. Laddove quest’ultimo aveva l’arte dell’ascolto, per poi decidere ed agire conseguentemente nel migliore dei modi, il camorrista ha un ruolo passivo nell’ascolto preoccupandosi più dello sguardo, delle posture, dei tempi e dei modi con cui porre le domande.
L’incapacità di ascoltare è chiaro sintomo della presunzione per la propria smisurata ed opportunistica ammirazione.
Il camorrista è come un “Kolak”, personaggio parassita nella commedia greca, che è al tempo stesso falso ed ipocrita, amico vero e falso.
Ed, altra comparazione, che frutto si sperava partorisse questa società così maldestramente mediaticamente orientata.
Nell’era attuale di “Second Life”, quindi della possibile identità virtuale; in una società dell’apparire e mostrarsi diversi da ciò che si è e che si fa, in una società dominata dall’idea distorta che vince ed è apprezzato chi meglio riesce ad ingannare il prossimo simulando doti (finanche estetiche) che non ha, pur tuttavia in questa epoca arida ed opportunistica in cui i rapporti sono mediati sempre più a distanza, occorre riportarci alla dimensione umana delle persone, comprendendone la reale concretezza che deve necessariamente esprimersi in una complessità crescente con la quale saremo sempre più chiamati a confrontarci.
Ho il piacere di conoscere il probo avvocato Francesco Borza, del Foro di Salerno, il quale tempo fa esternò il suo disappunto acchè un artista quale Fiorello avesse emolumenti tanto esagerati frutto solo del suo essere giullare.
In serenità e giustezza apprezzo l’artista Fiorello, in quanto tale ed al tempo stesso condivido il pensiero dell’avv Borza.
Non a caso Sant’Ambrogio, allorquando si rese conto che un personaggio circense, se premiato dalla popolarità, giungeva a guadagnare centinaia di volte più che di un impiegato che si era profuso nello studio affidando a ciò la speranza per una vita migliore, prontamente condannò tali effimeri giochi.
Se poi questi camorristi sembrano godere di vantaggi turpi ed ignobili e di una posizione di potere ottenuta tramando, corrompendo e lasciandosi corrompere, contrapporremo ad essi l’integrità della nostra vita affidandoci a quanto ebbe a dire Platone “ Tutto l’oro che c’è sopra e sotto la terra non vale nulla rispetto alla virtù”.
