Discontinuità
Si riporta l’intervento di Paolo Majolino, quale Segretario dei Cattolici per l’Italia, al Convegno organizzato dal movimento ‘Fermiamo Le Banche’, tenutosi a Roma giovedì 26 febbraio 2009.
Delusi dalla sola promessa delle parole dei politici, i Cittadini si sono allontanati dai luoghi comuni ed abituali di frequentazione sociale.
Questo non avere spazi comuni, nella sua sterilità, ha permesso e consentito, non avendo più referenti sociali, di far nascere alterità. Fermiamo Le Banche è la migliore “alterità” partorita.
Ci sono luoghi e momenti dove le ambizioni trovano spazio e rifugio.
L’anelito di una discontinuità, di costruire il diverso dall’attuale ha creato arena ad una idea, da sempre, contestata e giammai fatta propria.
Ed invero ciò che è stata polvere in una mente abitata da tanti interessi, rende quest’ultima a volgere lo sguardo: senza rimpianto, al passato in quanto tale.
Le cose che ho fatto non mi interessano più: solo quelle che ancora non ho fatto trovano il mio interesse.
E’ come se si fosse trasformato Manzoni, il più reticente dei nostri scrittori, il più inibito.
E’ mancato a Manzoni quel passo avanti che gli avrebbe consentito di varcare la linea dell’equatore del mondo intellettuale ed invero si è veri intellettuali soltanto se si varca quella linea.
Anche in questo caso è necessaria la discontinuità.
Non osare è degli intellettualmente morti ed i morti sono deboli, politicamente poi quasi inesistenti, tranne che per riempire i moduli della raccolta firme per le elezioni.
Discontinuità, è questa la differenza.
Tra continuità e discontinuità passa l’eternità, come tra il dito del Padreterno ed il dito di Adamo nell’affresco della cappella Sistina.
La corrività del raffronto, del quale chiedo scusa, è giustificata per la gravità del senso che affido al concetto di discontinuità.
Il tutto senza tragicismo e ciò perché nel mentre dovrei mulinare pensieri negativi, mi ritrovo che mi battono nella mente pensieri positivi, di vita e chiedendo a me stesso del perché accada ciò la ragione che è emersa è che sento che da questa morte, da questa discontinuità, nascerà nuova vita.
Sento che dalle rovine sorgerà uno Stato più forte e più ricco con giardini non più conchiusi all’uso del libero pensiero dei Cittadini tutti, ma aperti e disponibili, senza se e senza ma.
Discontinuità.
Marx quando ebbe a scrivere le sue ideologie politiche usava indifferentemente sia il termine comunismo che socialismo, non assegnando differenze; invero accadute poi perché l’evoluzione/involuzione fu verso il marxsismo-leninismo, per poi giungere e purtroppo allo stalinismo.
Ebbene Marx teorizzò che per creare una nuova società, fondata sugli effettivi ideali partoriti dalla rivoluzione francese, era necessaria una rivoluzione che creasse una frattura; vale a dire che occorreva distruggere per ricostruire.
Ho sempre, apertamente, aborrito tale ipotesi ritenendo e propugnando che non era necessario distruggere per ricostruire, bastando eliminare le sole cose che non erano ritenute valide.
In serenità e giustezza, la mia mente ha vacillato all’affacciarsi della sola ipotesi di riconsiderare la stratgia marxiana.
Se i progetti del capitalismo senza regole si sono dimostrati erronei, ho innanzi tutto valutato che è forse il momento di offrire delle regole al capitalismo che si fonda sul libero mercato, su di uno spregiudicato libero mercato.
Solo dopo aver rimuginato ipotesi regolative del capitalismo il percorso mentale mi ha fatto giungere alla constatazione che non è aggiungere regole a questo sistema che ci consentirebbe di migliorarlo, perché resta sempre quel sistema, seppure con l’idea che lo si è migliorato.
Se i progetti sono sbagliati non può immaginarsi che correggendoli, ovvero e peggio, adattandoli a presunte nuove esigenze, possano restare validi quale soluzione.
Occorrono nuovi progetti e per l’attualizzazione degli stessi, serve non avere in nessun conto di quelli sbagliati, di quei progetti che questa attuale società ha come riferimenti del vivere sociale, in special modo delle prassi e consuetudini del vivere ed agire economico.
Gli americani, da tempo immemore, se devono costruire su edifici esistenti, non ristrutturano ma abbattano per ricostruire.
Ed invero tale pratico sistema non è stato esportato ai modelli economici perché così imperanti e condizionanti da renderci ciechi anche alle ovvietà.
Occorrono progetti in cui crederci e devono essere i Cittadini a crederci, non altri, anche se dotati di delega politica.
Dobbiamo convincerci che le battaglie non combattute non meritano onore.
Partecipare è d’obbligo perché la partecipazione vera, sentita, corale, cambia gli atti.
Un bilancio partecipato consente ai Cittadini di indicare, almeno per una parte, cosa fare e come farlo.
Il politico sia solo coordinatore delle azioni chieste dai Cittadini e contribuisca acchè si realizzi un confronto aperto di idee.
Serve ricostruire una socialità perché sarà come consentire di respirare di più.
Rievocando una esortazione della CNA” Il futuro è il nostro fare quotidiano”
Il momento panico è anche il momento che salva la vita; è il parto dell’attimo che deve convincerci che se un uomo è adirato non solo nella testa e nei pugni ma dappertutto, altresì deve essere amorevole ed attento non solo con l’occhio ma con tutto il suo essere.
Nella misura in cui si prova a farle le cose difficili possono diventare facili; è se non fai niente che le cose facili possono essere difficili.
Chi non segue i moti della propria sensibilità, è inevitabile che sia infelice.
Che ci piaccia o n o siamo noi la causa di noi stessi e se cadiamo nell’illusione di credere a ciò che appare e ci assale la paura, dimentichiamo che ognuno di noi è unico ed insieme possiamo modificare il corso degli eventi.
L’inatteso e l’inaudito appartengono a questo mondo ed allora stiamo insieme; un bosco è sempre più forte di un albero solitario.
Cresciamo come alberi, non in una unica direzione, ma verso l’alto ed il basso, verso l’esterno come l’intimo.
La solitudine non deriva dal fatto di non avere nessuno intorno, ma dal non comunicare cose che ci sembrano importanti e di valore e che altri giudicano inammissibili: occorre osare.
L’amicizia, la solidarietà, fioriscono solo quando siamo memori della nostra individualità e non cerchiamo di identificarci nei modelli standard che altri provano ad imporci.
Tutto ciò che è, che pensiamo che sia, è seme di quello che sarà.
C’è qualcuno che teme la trasformazione? Cosa può avvenire senza trasformazione?
E’ come gareggiare alla olimpiadi senza concorrenti: hai la medaglia, non la vittoria.
E’ come trascorrere la vita senza avversari, nessuno saprà quel che potevi, neppure te stesso.
C’è bisogno di una prova per conoscersi.
Guardatevi allo specchio ed attraverso gli occhi, la via naturale per arrivare all’anima, scoprite l’immenso desiderio - racchiuso in ognuno di noi – di vivere in un mondo migliore.
Nel libro “Il piccolo principe” la morale è che non si vede bene che col cuore e l’essenziale è invisibile agli occhi; ecco perché occorre guardare con ogni diversi, con gli occhi del cuore e della passione politica, quella vera, sana, fatta dai Cittadini e per i Cittadini.
E’ giunto al termine il tempo delle finzioni; non abbiamo bisogno di apparire sani, ma di esserlo veramente.
Il momento presente è di molte possibilità e di scelte; non è un misterioso attimo di epifania, ma la possibilità di accogliere l’abbraccio del molteplice che ci è offerto.
