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Non sapere le cose non è una attenuante, bensì un’aggravante” (parte 1)

9 novembre, 2009 (11:00) - Cultura, Economia, Politica - Stampa Stampa

Dai fatti di seguito esposti ben ci comprenderà che fu …

Precorrendo canovacci futuri il Governo “piemontese” consentì alla Banca Nazionale del Regno d’Italia (sede in Piemonte) di aprire filiali nel Sud, negando al Banco di Napoli di allargarsi parimenti al Nord.

Come sempre il peggior antimeridionalista è un meridionale che si ritiene “integrato” al Nord; infatti fu il campano d’origine Nicola Nisco (direttore del dicastero dell’Agricoltura e Commercio nella luogotenenza instaurata a Napoli) a proporre a Cavour di aprire il mercato del Sud alla banca piemontese ed il primo ministro, senza indugio, avallò l’attuazione sostenendo gli amministratori della Banca Nazionale del Regno che aumentarono il capitale sociale da 40 a 100 milioni aprendo sedi a Napoli, Palermo ed altre province; in questo modo agli investitori del ex Regno delle Due Sicilie fu data la possibilità di acquistare azioni dell’istituto di credito torinese che acquisiva insperata liquidità.

Cavour fece aggiungere al Sud, alle filiali della Banca Nazionale del Regno, anche quelle delle Casse di sconto e delle Banche agrarie.                                                                                     

Dai fatti di seguito esposti ben ci comprenderà che fu una unificazione a senso unico, non fosse altro che si favorì il trasferimento di capitali dal Mezzogiorno al Nord, ostacolando il flusso contrario.

Il Sud era (e lo è tutt’ora) mercato utile al solo fine degli ingrandimenti delle istituzioni economiche settentrionali, in special modo lo fu del Piemonte-Liguria.

E’ premessa indicare che era in vigore la piena convertibilità della moneta con l’oro e su tale presupposto la Banca Nazionale pose in atto una speculazione in grande:

a) vendeva titoli pubblici al Sud;

b) ne riceveva moneta del Banco di Napoli;

c) che convertiva in oro agli sportelli del Banco di Napoli;

Conseguenze?                                                                                                            

Diminuivano le riserve auree del Banco di Napoli: 78 milioni nel 1863, 41 milioni nel 1866 (un dimezzamento in soli tre anni). Per converso le riserve auree della Banca Nazionale del Regno d’Italia aumentarono.

E non bastò a colmare l’ingordigia. Una legge del 1° maggio 1866 determinò un corso forzoso: la moneta del Banco di Napoli poteva essere convertita col solo oro dei depositi della stessa, nel mentre era dichiarata l’inconvertibilità della moneta emessa dalla Banca Nazionale del Regno (sic.)

L’oro piemontese era stato blindato e quello del Banco di Napoli divenne carta straccia a seguito della continua inflazione. Il Banco di Napoli, del quale i piemontesi tanto ne parlavano male, servì a salvare dal fallimento la banca piemontese garantita dalla non conversione delle monete di propria emissione.

Il 1898 fu poi l’anno che pose fine alla pluralità di banche che potevano emettere moneta a seguito della istituzione della Banca d’Italia; su 300mila azioni emesse della costituenda banca ne furono concesse solo 20mila al Sud e delle 280mila ben 120mila alla sola Liguria.                                  

Cosa se ne può immediatamente dedurre da tali azioni di chi amministrava l’Italia “unita”?                

Le ex Due Sicilie erano considerate (lo sono tutt’ora purtroppo) terre di conquista, oltre che militare, principalmente economica. (fine parte 1, continua)

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