Uomini di rottura: teatro della mente.
Se devo indicare due pensatori di rottura dei nostri giorni e luoghi, è evidente che personaggi come..
Ciò che è scritto rimane fisso, nel mentre il pensiero è instabile e non smette di evolversi senza fermarsi anche quando è stata scritta l’ultima frase. Maggiori stimoli sono ora dati dalle agevolazioni del nostro tempo: l’aereo e l’inglese, ovvero il nostro latino perché se gli scritti fondanti del pensiero occidentale sono in lingua latina, tutto ciò che è corrente di pensiero oggi è formulato, nella quasi totalità, in lingua inglese.
I veri pensatori sono coloro dopo i quali non si può pensare come prima, nella rispettiva disciplina; a titolo di esempio, dopo Levi-Strauss e Noam Chomsky non possono concepirsi l’antropologia e la linguistica come in precedenza.
La libertà di pensiero è, nel suo insieme, rivoluzionaria, come la rottura di tradizioni, di regole codificate. Ci sono uomini che violano tali frontiere e sono “edificatori di sistemi”; nei due secoli precedenti vi sono stati diversi edificatori di sistemi ideologici, poi sono subentrati sempre più solo ideatori di sistemi scientifici.
Il pensatore tipo è chi pratica il culto della conoscenza per la conoscenza, in genere è modesto ed accade che per poter pensare in modo vero è necessario che le menti (avventurose) cozzino contro un ordine conformista e decidano di farne emergere uno nuovo.
Esistono luoghi in cui il pensiero si sviluppa meglio che altrove, come ad esempio a Vienna di inizio ‘900; ciò perché era punto di incrocio di civiltà, religioni, lingue e nei famosi “Circoli viennesi”, attorno ad un tavolo, potevano riunirsi fisici, matematici, filosofi, letterati, ecc. ed era un travaso infinito di conoscenze reciproche: vasi comunicanti di cultura.
La storia ha lasciato tracce di altri luoghi che seppero essere da acceleratori di conoscenza: Atene, Parigi (quando vi si parlava latino), Firenze, Oxford, Harvard: luoghi essenziali per lo sviluppo del pensiero perché hanno rappresentato elementi sparsi della conoscenza in un unico sistema coerente.
Anche i monasteri hanno offerto agglomerati di pensiero ed il chiostro è diventato oggi campus e non a caso università americane quali Yale, Berkeley, Harvard, Stanford, hanno imitato l’architettura dei monasteri europei, continente quest’ultimo che ha visto soltanto Oxford e Cambridge conservare una certa universalità e cosmopolitismo.
Se ci si pone la domanda come mai in Europa è venuto meno il confronto delle culture, senza il quale non ci si può aspettare granché, la risposta non può essere che è temuto dalla politica che ha sottomesso la ricerca agli stanziamenti di Stato.
La soluzione è un “liberalismo culturale” che ricomponga la rottura tra le due culture: umanistica e scientifica; non vi è alcun motivo di tale lacerazione perché gli sviluppi intellettuali cavalcano necessariamente tutte le discipline accademiche.
Tra gli “Uomini di rottura” escludo del tutto i pensatori alla moda, che si relazionano esclusivamente in base al consenso del pubblico e sono i più efficaci distruttori del mondo a cui appartengono perché, volendo evitare di perdere lo status privilegiato raggiunto, attuano la “proibizione” del proprio pensiero provocando il fenomeno della dissidenza.
Una nota a parte merita il pensatore marxista. Non mi è stato possibile scovare, nell’intero mondo “sovietico” od altrove, un vero pensatore marxista.
Il marxismo è diventato un catechismo od anche un tema da dittatori totalitari, non è mai un pensiero vivo e la sua utilità per comprendere il mondo risulta nulla. Il marxismo rientra oramai solo nella storia delle dottrine ed il suo crollo si è riverberato sull’insieme del pensiero progressista. Non è un preconcetto, è che la “specie” è diventata introvabile.
Se devo indicare due pensatori di rottura dei nostri giorni e luoghi, è evidente che personaggi come Berlusconi e Bossi hanno messo in scena valide opere sul palcoscenico del teatro della mente; dopo questi, a dimostrazione del mio assunto iniziale, la politica è comunque cambiata ed è forse proprio questo che non è stato compreso dalla sinistra, ferma alle ideologie di contrapposizione della prima Repubblica. Forse, a ben vedere e con distacco doveroso di osservatore terzo, chi effettivamente ha iniziato un modo diverso di contrapposizione è Di Pietro che accomuna tattiche ed argomentazioni di una sinistra storica ad istanze populiste e per tale ragione è l’opposizione che maggiormente infastidisce la parte avversa perché giocata su ruoli nuovi che creano consensi crescenti da parte di chi è disorientato da una sinistra che contraddice senza proporre, non comprendendo che non è tanto sul contestare che si raccolgono consensi, bensì sul proporre e, possibilmente meglio ancora, sul fare.
