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Siamo ancora cavernicoli

25 febbraio, 2011 (20:35) - Cultura - Stampa Stampa

Colgo l’opportunità offertami dall’articolo di Coen Belinfanti “La parola è l’energia dell’uomo”, apparso sul quotidiano online “testatadangolo.it” e dell’incontro che l’ing Lanzi, direttore di Simmetria, terrà a Roma il 25 pv sul tema del legame tra la Parola e le parole, tra i simboli ed i numeri, per – sommessamente - offrire un percorso storico-mentale del linguaggio.

Qualche anno fa rilessi  “Le affinità elettive” di Goethe (è uno dei miei autori preferiti) ed il commento immediato post lettura, reso a mia moglie, fu “… qualche centinaio di anni è trascorso senza per nulla modificare usi ed abitudini della provincia, così come espressioni linguistiche”. Dopo qualche giorno mi fu chiesto, non ricordo in quale occasione, del perché si usasse il lemma faraonico per indicare un qualcosa di imponente.

Tecnicamente la primogenitura del pre-linguaggio mi suggerì perché ai tempi dei faraoni furono costruiti monumenti immensi per la case dei faraoni: sia in vita che in morte; invero fu solo un attimo perché il percorso mentale aveva già posto in avanti, a sbarramento della risposta d’impulso naturale, una considerazione. L’etimo immaginato, quello della forma più antica, documentata o ricostruita cui si possa risalire percorrendo a ritroso la storia di una parola, era mutuato dalla concetto della grandiosità delle piramidi, ovvero l’etimo così come nel linguaggio dell’arabo antico era altro? Ciò mi determinò lo studio dell’arabo antico che oggi mi consente di leggere i geroglifici, cosa impensabile se non si ha almeno un minimo di conoscenza quanto meno del fatto che la scrittura egizia può leggersi da sinistra a destra e viceversa, da sotto a sopra e viceversa. Sono i geroglifici appunto che indicano il senso da seguire nella lettura.

La grandiosità della lingua egizia, ad oggi insuperata, è stata l’essere nata già perfetta. In 5mila anni d’uso non è stato necessario aggiungere nulla ! I geroglifici hanno poi, in base al suono, una connotazione e lo stesso simbolo può avere più valenze, ovviamente sempre chiare a chi conosce la lingua. Finalmente giunsi a comprendere perché, ancora oggi, a distanza di oltre 7mila anni, usiamo un aggettivo proveniente dall’antico Egitto. Faraone, in arabo antico, si scrive con due segni: un rettangolo con la base in basso leggermente aperta al centro e di fianco, alla sua destra, un rettangolo alto come fosse una colonna. La pronuncia dei simboli è “per, aa”, dove la r mantiene un suono gutturale, quasi alla francese, ancora utilizzato nell’arabo moderno che pronuncia la r quasi “molle” ed allungata nel suono.

I simboli vogliono affermare “casa, grande”; Faraone era per gli Egizi la casa grande, ovviamente la più grande possibile. Da questo ne discende che se una casa è grande, immensa, ancora oggi diciamo che è una dimora faraonica.

Ricommentai a mia moglie che le “affinità” di poche centinaia di anni dai tempi di Goethe coi tempi d’oggi erano ben più lontane, potendole datare nell’ordine dei 7mila anni (sic).

Ed invero, in serenità e giustezza, l’arco temporale non era ancora quello.

Appena qualche tempo dopo affrontai lo studio della comunicazione per il tramite dei numeri e scopersi che l’homo erectus utilizzava 3 numeri per quantificare a chi ed a quanti intendeva comunicare, ovvero ed anche, indicare la quantità di altri.

I fonema, questi suoni atavici e primordiali, sono rimasti indelebili nel tempo perché, ad esempio, 1 (uno) voleva dire io ed il suono uno in italiano è simile a quello dello stesso numero francese un ed inglese one, tedesco eins, ecc.; come il numero due che indicava l’altro ha mantenuto un suono simile: due, deux, two, in tedesco zwei, che  può sembrare apparentemente diverso ma ascoltatelo pronunciato da un germanico e comprenderete che il suono è ugualmente forte e  breve; se poi trasliamo dal numero alla seconda persona, quello che in italiano è tu, in francese toi, inglese you ed in tedesco sie che un pò si discosta ed andrebbe esperita una ricerca in proposito per comprendere le radici di questa diversa assonanza.

L’homo erectus per dire che erano molte le persone usava indicare il numero tre, in italiano il suono tre è simile a quello francese trois, all’inglese three  ed al tedesco drei.

A tutt’oggi i francesi per dire molto usano il « suono » très.

Ancora nel nostro tempo il numero uno è indicato per affermare “… io…”, magari alzando una mano con l’indice alzato a supportare che uno è uguale a concetto di io; la gestualità per indicare un rapporto di comunicazione tra due è anche quella non verbale che agitando l’indice ed il medio insieme stanno a ribadire “io e te”.  Ed il tre, come concetto numerico per esprimere più cose, è utilizzato, ad esempio, allorquando si intende rendere più argomenti e si è soliti affermare “… voglio dire tre cose” ed, anche se non è frequente, la postura della mano è agitata indicando le tre dita che abitualmente alziamo per suffragare il numero tre.

Ma quale Goethe, ma quale Egizi, siamo primitivi che ancora utilizziamo suoni primordiali e che, forse, il linguaggio informatico potrà portarci a nuovi segni/concetti ?

Neanche per sogno, i linguaggi informatici, partendo dal basic dove una intera stringa serviva ad un solo comando, per poi passare ad un linguaggio Pascal, quindi Cobol, poi CC+, ecc., sono giunti al fatto che un simbolo rappresenta un concetto e finanche un insieme di concetti.

E’ cosa già fatta e vista: i cavernicoli utilizzavano i pittogrammi per comunicare, anche al loro futuro, che – ad esempio - un corno voleva esprimere il concetto di pericolo.

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